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Verso una "manutenzione straordinaria” del nostro SSN
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Verso una "manutenzione straordinaria” del nostro SSN

La rivista specializzata Edisef intervista il Presidente nazionale Gabriele Pelissero

Nuovi standard ospedalieri. Cosa cambia?

Il D.M. 70 rappresenta il più recente tentativo di riorganizzazione della rete ospedaliera nazionale per individuare criteri omogenei in tutto il territorio.
L’intento del legislatore non può che risultare condivisibile, ma nel merito il decreto impone alle Regioni un numero minimo di posti letto per acuti molto più basso rispetto ad altre realtà europee, senza la certezza di una reale alternativa di cura territoriale. Mi spiego meglio: se la media dei Paesi OCSE (dato 2014) è di 5,06 posti letto per acuti ogni 1000 abitanti e la media dei Paesi OCSE europei (dato 2013) era di 4,0, il D.M. 70 ne prevede 2,7 per acuti e post acuzie. Questa misura, che doveva introdurre uno stimolo forte al sistema, si è tradotta unicamente in un danno ai pazienti, dato l’ovvio conseguente aumento delle liste d’attesa. Ricordo inoltre che il D.M. 70 è figlio di quella politica economica meglio conosciuta come spending review, promossa dal governo Monti nel 2012, con l’obiettivo unico di ridurre a prescindere la spesa pubblica, compresa quella sanitaria.

Quali, secondo AIOP, i parametri utili a valutare ‘buona’ una riorganizzazione della rete ospedaliera?

Anche nella individuazione dei parametri il D.M. 70 presenta alcune lacune importanti. Ad esempio, per quanto riguarda la scelta dei parametri di qualità non è stata sufficientemente considerata l’importanza della riduzione dei tempi di degenza ospedaliera, parametro fondamentale oltre che per l’efficienza delle prestazione erogate, anche per la riduzione delle infezioni ospedaliere e il miglioramento degli outcome dei pazienti. Ma il caso più eclatante riguarda la modalità con cui il D.M. 70 ha inteso e formulato la qualità clinica: un esempio per tutti, la valutazione delle cardiochirurgie italiane, per cui vale il parametro del numero di bypass coronarici semplici, senza considerare, ad esempio, che lo sviluppo della cardiologia interventistica degli ultimi anni ha modificato l’approccio a questa procedura. La conseguenza di ciò, sarebbe la chiusura di 80 delle 100 cardiochirurgie italiane.

Quale la vostra posizione sul D.M. 70/15?

La programmazione “dall’alto” non funziona. Come possiamo infatti pensare di stabilire dall'alto e imporre agli enti locali qualcosa che nelle vicende storiche di una comunità non serve o, peggio ancora, eliminare qualcosa che funziona? AIOP auspica che si possa costruire una revisione concertata e moderna del D.M. 70, avviando un confronto che lo renda più elastico nella sua implementazione, tenendo conto delle peculiarità locali e della importante componente degli ospedali privati del sistema sanitario, che rappresenta una risorsa che non va dispersa, in quanto promotrice di efficienza e servizi nell'interesse dei cittadini. Ritengo che, di fatto, l’applicazione del D.M. 70 avvenuta in Sicilia, rappresenti la dimostrazione concreta che con il dialogo, con il buon senso e con un po' di flessibilità il D.M. 70 possa essere implementato con meno rigidità, salvaguardando anche le realtà ospedaliere sane, la struttura produttiva e occupazionale. In questo senso è incoraggiante l'apertura manifestata all'interno della 53a Assemblea nazionale di AIOP, appena conclusasi a Palermo, dal Sottosegretario di Stato del Ministero della Salute, Davide Faraone, che ci ha ricordato che il D.M. 70 non è una legge costituzionale e possiamo pensare a un cambiamento governato dal Ministero della Salute.

Allargherei un po’ il campo delle domande: in una sanità che si sposta sempre più nettamente nell’ottica di un coinvolgimento attivo del territorio nel percorso di cura, quali gli accorgimenti da seguire?

Passare dalla cura del paziente alla sua presa in carico è una proposta che viene dalla politica. La presa in carico di un anziano, cronico e pluripatologico ne prevede il monitoraggio continuo sia negli aspetti che riguardano la prevenzione, sia nell’ambito diagnostico e clinico, con il coinvolgimento di uno specialista e una struttura ospedaliera di riferimento. I vantaggi per il paziente possono essere interessanti. Ma nel breve termine questa evoluzione del nostro sistema assistenziale comporterebbe maggiori sforzi organizzativi e gestionali che dovranno essere supportati con nuovi investimenti finanziari da parte delle regioni.
Inoltre, resta aperto il nodo dei medici di medicina generale, che oggi sono i responsabili in prima istanza della salute dei cittadini. Resteranno il perno dell’assistenza primaria, magari con un supporto logistico e di segreteria più forte che consenta loro di aiutare i pazienti a organizzare il percorso diagnostico-terapeutico? O si vuole eliminarli per andare verso un sistema di managed care all’americana? A seconda della scelta che si farà, l’intero modello di sistema sanitario potrà assumere caratteristiche diverse.

Quali le principali criticità del nostro sistema sanitario?

Il nostro sistema sanitario è pur sempre classificato come uno dei migliori al mondo. I principi di solidarietà e universalità sono elementi unici e preziosi da preservare. Resta il nodo della sostenibilità. Il definanziamento degli ultimi anni ha comportato tagli nei servizi essenziali, con conseguente aumento delle liste di attesa. Gli sprechi del settore pubblico che AIOP ha identificato in circa 6 miliardi all’anno, bloccano risorse che potrebbero essere investite in servizi, personale e alta tecnologia. Nell’ultimo anno è cresciuta drammaticamente sia la spesa sanitaria privata degli italiani, che si è attestata a 35,2 miliardi, ma anche il numero di coloro che hanno rinunciato a curarsi, 12 milioni circa di italiani, anche a causa dell’aumento dei ticket. Ed è proprio la rinuncia alle cure ad alimentare le preoccupazioni sul possibile peggioramento nel medio periodo dello stato di salute della popolazione, comportando delle ripercussioni negative non solo sull’outcome di salute dei cittadini, ma anche sui costi.

Se le fosse data la possibilità di indicare tre aspetti su cui intervenire quali sarebbero?

In generale, è diventato necessario procedere a una “manutenzione straordinaria” del nostro SSN. Bisognerà far crescere l’abilità delle strutture ospedaliere nel fare di più e meglio con meno, riuscendo così a liberare risorse oggi bloccate. Questo per poter investire in servizi, personale e tecnologia. Una maggiore trasparenza dei bilanci, inoltre, aiuterebbe a misurare il livello di efficienza delle diverse strutture all’interno del pubblico e tra strutture pubbliche e private accreditate. Dobbiamo dare atto al Ministro della Salute che un percorso in questo senso è iniziato, ma la difficoltà dell’ospedalità pubblica nel fare un’effettiva ristrutturazione e riorganizzazione alimenta a sua volta il trasferimento di oneri economici e normativi sul comparto ospedaliero gestito da operatori privati accreditati, che ricordo costa solo il 15% della spesa ospedaliera complessiva ma fa fronte al 25% delle prestazioni del SSN. È evidente che trasferire sistematicamente oneri economici aggiuntivi sulla componente privata finisce con l’innescare anche per quest’ultima un processo di erosione dei servizi forniti ai pazienti.

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